un viaggio tra le tecniche cinofile, rispetto emotivo e scelte consapevoli
Siamo davvero sicuri che il nostro diritto a sentirci al sicuro valga più delle emozioni di chi ci ama senza condizioni?
A volte dimentichiamo che il cane non è semplicemente un animale da controllare, ma un compagno con cui condividere la vita. Non è una macchina da addestrare, bensì un essere vivente dotato di emozioni, paure e desideri.
Questo articolo nasce dopo essermi imbattuto in un video su Instagram in cui un tecnico cinofilo mostrava a vari proprietari interventi di manipolazione per inibire i morsi e i tentativi di attacco del cane quando questi ultimi cercavano di prenderlo in braccio.
Il video ha catturato la mia attenzione soprattutto per ciò che ha scatenato nei commenti, e cioè, una vera e propria controversial discussion (discussione in cui ci sono opinioni e punti di vista contrastanti su un argomento specifico, spesso con un livello di conflitto e disaccordo notevole): da un lato, diverse persone apprezzavano e promuovevano l’intervento del tecnico cinofilo, giustificandolo e ritenendo quella manipolazione come una cosa corretta e necessaria per proteggere la famiglia dagli attacchi del cane, e per far sì che questa potesse soccorrerlo senza problemi nei casi in cui ce ne fosse bisogno; dall’altro, persone più attente alle emozioni del cane, che risultavano visibili nel video attraverso segnali come il respiro affannoso, la tachicardia e la paura, manifestata dalla coda ripiegata tra le zampe posteriori, si sono mostrate contrarie e scettiche riguardo l’intervento di manipolazione agito sul cane, denunciandone la mancanza di attenzione verso i sentimenti del cane.
Con l’aiuto di un esperto cinofilo, ho cercato di capire se quella tecnica fosse davvero corretta, professionale e utile per il bene del cane e della sua famiglia – anche se dall’esterno può sembrare dura – oppure se si trattasse invece di uno stress ingiustificato che tradisce una cattiva gestione e che giustifica le critiche ricevute.
il rapporto tra esseri umani e animali: compagni, non strumenti
Nel momento in cui scegliamo di condividere la vita con un cane, ci assumiamo il dovere di rispettarlo: non solo di addestrarlo.
Molte persone considerano ancora gli animali come esseri inferiori all’uomo, conservando una visione antropocentrica che pone l’essere umano al centro di tutto, in una posizione di dominio rispetto al resto della vita. Questa prospettiva porta a credere che gli esseri umani siano superiori per status e valore agli altri animali, e che quindi meritino maggiori diritti e considerazione.
Su questa idea si fonda lo specismo, ovvero la discriminazione basata sull’appartenenza a una specie, che tende a privilegiare l’essere umano a discapito di tutti gli altri animali.
Lo specismo genera un rapporto asimmetrico tra uomo e animale, in cui quest’ultimo viene ridotto a strumento al servizio dell’uomo: gli si impongono regole, comportamenti, modalità di esistenza che non rispettano la sua individualità.
Tuttavia, questa ideologia è profondamente sbagliata. Gli animali, come gli uomini, sono capaci di provare emozioni — amore, dolore, paura, gioia — e questa, tra tante altre similitudini, li rende molto più vicini a noi di quanto spesso si ammetta.
Chi accoglie un cane nella propria vita deve comprendere che il cane non è un oggetto di cui essere “proprietari”, ma un essere vivente dotato di valore intrinseco. Bisognerebbe quindi abbandonare l’idea di essere “padroni” e abbracciare invece il ruolo di amici e compagni, responsabili della sua cura e del suo benessere.
La relazione con un cane è, infatti, una relazione simmetrica: noi lo guidiamo, ma anche il cane, a suo modo, ci guida. Cresciamo insieme, impariamo insieme, miglioriamo grazie alla presenza dell’altro.
Avere un cane significa costruire ogni giorno un’amicizia autentica, fondata sulla reciprocità, sull’ascolto e sul desiderio di rispondere ai bisogni e ai desideri reciproci.
Il cane non è un essere inferiore da comandare, ma un compagno di vita, dotato di emozioni, bisogni, carattere e volontà propri.
Come in ogni relazione sana, il legame con un cane si fonda su un dialogo continuo, su un rispetto reciproco, e su una collaborazione che arricchisce entrambe le parti. Non si tratta di esercitare potere, ma di camminare insieme: due individui diversi, ma pari in dignità, uniti da un legame di amore e fiducia.
Tra le tante storie che parlano dell’incredibile legame tra l’uomo e il cane, una delle più commoventi è quella di Hachiko, un Akita nato in Giappone nei primi anni del Novecento.
Hachiko viveva con il professor Ueno, docente all’Università di Tokyo. Ogni mattina, Hachiko accompagnava il suo amico umano alla stazione di Shibuya, e ogni pomeriggio tornava puntualmente per aspettarlo al suo ritorno dal lavoro. Era un rituale quotidiano, semplice ma pieno di significato: un gesto di amore, di fiducia, di presenza reciproca.
Un giorno, però, il professor Ueno non tornò più. Colpito da un malore improvviso, morì mentre era all’università.
Nonostante l’assenza del suo amico, Hachiko continuò a recarsi ogni giorno alla stazione, alla stessa ora, aspettandolo, fino alla sua morte.
Le persone che frequentavano la stazione iniziarono a notarlo, a conoscerlo, a prendersi cura di lui, colpite da quella fedeltà incrollabile.
Hachiko non aspettava un padrone: aspettava un amico.
Il suo gesto non era frutto di un addestramento, né di un’obbedienza cieca: era l’espressione di un legame libero e profondo, nato dalla reciprocità.
Ancora oggi, davanti alla stazione di Shibuya, si erge una statua di bronzo in onore di Hachiko: non solo per celebrare la fedeltà di un cane, ma per ricordare a tutti noi che l’amicizia vera supera ogni barriera — perfino quella tra specie diverse.
La storia di Hachiko ci insegna che il rapporto tra uomo e cane non è un rapporto di dominio, ma di amore, di lealtà, di pari dignità. È un legame che nasce e cresce nella libertà e nella fiducia.
Ci insegna che il valore di un essere vivente non si misura nella sua specie, ma nella sua capacità di amare.
l’importanza della razza: conoscere prima di scegliere
Il cane non è un oggetto da possedere né un nemico da controllare: è un compagno di vita, con emozioni e bisogni propri.
Ci credereste se vi dicessi che le razze dei cani sono simili ai vestiti che indossiamo?
Forse vi sembrerà un’analogia forzata, eppure è molto più reale di quanto si possa pensare.
Proprio come spesso giudichiamo il nostro valore in base ai marchi dei vestiti che portiamo addosso, così tendiamo a valutare — e a farci valutare — anche attraverso la razza dei cani che scegliamo di avere accanto.
Delle volte, sembra che siamo così insicuri al punto che, per darci valore, abbiamo bisogno di acquistarlo; in questo caso, acquistiamo cani di razza, spendendo anche migliaia di euro, per soddisfare il vizio dell’insicurezza e della pretesa di apparire.
In una società sempre più ossessionata dall’apparenza, capita che alcuni non desiderino un cane per amore verso l’animale, ma per il bisogno egoistico di apparire, di esibire una razza costosa, di attirare attenzioni.
Spendiamo migliaia di euro per acquistare cani “di marca”, come se la loro esistenza servisse a colmare i nostri vuoti interiori.
Purtroppo questa realtà mi preoccupa perché in essa si nasconde un pericolo profondo: quello dell’ignoranza.
Ogni razza canina porta con sé una storia, delle caratteristiche comportamentali, delle esigenze specifiche. E, nonostante una buona educazione possa aiutare a gestire alcuni comportamenti, non si può — né si deve — stravolgere la natura stessa di un cane.
Un Border Collie non smetterà di essere iperattivo.
Un Rottweiler non smetterà di essere un cane potente e fiero.
Un Labrador non smetterà di cercare il contatto umano.
Possiamo guidarli, ma non cancellare chi sono.
Le persone dovrebbero smettere di acquistare cani di razza sulla base dei loro desideri, senza neanche interrogarsi sulle caratteristiche comportamentali e sulle esigenze di quel cane.
Spesso si comprano cani di indole forte, convinti che basti addestrarli per inibire le loro risposte naturali, trascurando in questo modo i loro bisogni profondi e concentrandosi unicamente su ciò che l’uomo pretende. Si illudono di poter “plasmare” l’animale come fosse un oggetto, ignorando i suoi reali bisogni, la sua vera essenza.
Ancora una volta, si ripete la vecchia storia dell’uomo che si crede padrone assoluto della natura, anziché compagno rispettoso.
I cani, ripeto, non devono essere al servizio dell’uomo, ma parte di una relazione di rispetto reciproco e pari dignità.
Ecco perché la responsabilità di chi decide di accogliere un cane è grande:
non è solo quella di prendersi cura di lui ogni giorno, di nutrirlo, educarlo e proteggerlo,
ma anche quella di informarsi, di conoscere a fondo le caratteristiche della razza, i bisogni specifici, il temperamento naturale.
La responsabilità parte dall’informazione e prosegue nella consapevolezza, nel continuo mettersi in discussione per rispettare davvero il cane che abbiamo scelto di avere al nostro fianco.
Nonostante sia vero che l’educazione possa risolvere gran parte delle problematiche comportamentali, non si deve mai sottovalutare quanto sia fondamentale conoscere e rispettare la vera natura del proprio cane.
Non bisogna praticare l’ignoranza. Non bisogna scegliere solo per desiderio, senza porsi domande, senza interrogarsi, senza mettersi in dubbio.
Bisogna chiedersi se quel cane fa davvero per noi, per il nostro stile di vita, per il nostro ambiente e per il nostro momento presente.
Dobbiamo domandarci se possiamo rispettare i suoi bisogni e se siamo disposti a cambiare qualcosa di noi stessi per il suo benessere.
Non dobbiamo pensare che sia sempre il cane a doversi adattare a noi, ma dobbiamo iniziare a incontrare le sue necessità, in un rapporto di reciprocità. Il legame con un cane dev’essere per questo un rapporto simmetrico.
I cani non sono trofei da esibire, né giocattoli da modellare a nostro piacimento.
Sono esseri viventi, con emozioni, bisogni e limiti.
Non esiste la razza “perfetta” per tutti, sempre.
Esistono razze che in certi momenti della nostra vita, per come siamo o per il contesto in cui viviamo, non sono compatibili con noi. E questo non è un fallimento: è rispetto, è maturità, è amore autentico.
Riconoscere i nostri limiti è il primo passo per costruire una relazione sana.
LA RAZZA NON È UN MARCHIO DA INDOSSARE.
La razza racconta la storia di una specie, racconta i suoi bisogni, racconta la sua natura, le sue inclinazioni e le sue passioni.
Non racconta il suo valore. E di certo non racconta il valore di chi la sceglie.
tecniche di gestione e bisogni emotivi: trovare il vero equilibrio
Un cane non nasce per essere dominato. Nasce per essere capito.
Dopo aver parlato del legame paritario necessario con il proprio cane e aver denunciato il pericolo dell’ignoranza legata alla razza — chiaro segno dell’egocentrismo umano — siamo arrivati alla parte più tecnica di questo articolo.
Con l’aiuto di un esperta cinofila, cercherò di rispondere alla domanda che ha dato origine a questo percorso:
la tecnica utilizzata nel video è davvero corretta, professionale e utile per il bene del cane e della sua famiglia — anche se dall’esterno può sembrare dura — oppure si tratta di uno stress ingiustificato che tradisce una cattiva gestione e giustifica le critiche ricevute?
Nel video, che per ragioni legali non posso condividervi, si osserva un cane che manifesta comportamenti aggressivi, come ringhiare e tentare di mordere chi cerca di prenderlo in braccio.
Un esperto tecnico cinofilo interviene applicando una tecnica di contenimento fisico: afferra il cane in modo deciso, immobilizzandolo per impedire ulteriori reazioni aggressive. Durante l’intervento, il cane mostra segnali di stress evidenti, come orecchie abbassate, battito accelerato, coda tra le gambe e respiro affannato.
Riporto di seguito alcuni commenti — sia favorevoli che contrari — comparsi sotto al video:
| Commenti a favore | Commenti contrari |
|---|---|
| Gli animalisti hanno preso una deriva mostruosa. Secondo voi una ragazza con un cane così cosa dovrebbe fare? Lasciarsi sbranare? Pensate che cambierà a forza di paroline dolci e sguardi languidi? O che i cani siano tutti uguali senza un’indole personale? Quando deve portarlo dal veterinario cosa deve fare, sedarlo a tranquillanti? Poi quando vi mangiano i figli piangete. | L’unica cosa che si vede in questo video è come un cane è passato da uno stato di disagio alla completa inibizione. Sarebbe interessante capire come l’hai portato a questo stato di ansia e malessere. In un video di 2 minuti e mezzo non hai parlato una volta delle emozioni del cane: l’hai guardato mentre lo alzi e abbassi come una valigia per mostrare le tue immense capacità cinofile? Sono allibita. |
| Ottimo lavoro! Da veterinario ne vedo di tutti i colori: gente che non sa mettere neanche la museruola al proprio cane! E mentre il cane fa il diavolo a quattro gli danno anche i biscottini per tenerlo tranquillo! | Ma non vedete che è terrorizzato? La coda e la respirazione avete visto? Sta solo subendo. |
| L’addestramento salva la vita. Solo passandoci, solo sperimentando in prima persona puoi accorgerti quanto questa frase sia vera. | L’avete sfiancato prima di fare quella manipolazione? Ha il fiatone e il cuore a momenti gli esce dal petto, non ha semplicemente la forza di reagire… grazie al c***o aggiungerei. |
| Ma io chiedo a tutti voi animalari/animalisti/animalati: quando il vostro veterinario manipola il cane per visitarlo, curarlo o salvargli la vita, gli rompete le balle in questo modo? Non è meglio che si insegni effettivamente al cane ad abituarsi a queste manipolazioni (anche forzate), così che qualsiasi evenienza si presenterà il proprietario potrà intervenire prontamente e senza esitazione? La mia famiglia ha un cane dal canile e le è stato insegnato a tenere la museruola obbligandola. Ora, quando la vede, scodinzola. Credo che uno stress forzato e temporaneo non sia un problema, ma una cosa necessaria per il cane e utile nella vita di tutti i giorni. | L’unica cosa che vedo è la coda tra le gambe e il respiro affannato. Quel cane è terrorizzato. |
Per approfondire questo tema, ho deciso di confrontarmi con un’esperta cinofila.
La sua analisi mi ha offerto spunti di riflessione profondi sulla moderna concezione dell’educazione del cane.
L’esperta mi ha spiegato che la cinofilia contemporanea si divide in due visioni opposte:
Da un lato, una cinofilia evoluta, che riconosce nei cani individui dotati di cognitività ed emotività complesse, paragonabili a quelle umane, come confermato anche da studi scientifici;
Dall’altro, una cinofilia meccanicistica, che considera il cane come un essere regolato da stimoli e risposte, da “aggiustare” attraverso il controllo dei comportamenti.
Secondo l’esperta, il comportamento aggressivo non è il vero problema, ma il sintomo di un disagio emotivo profondo, fatto di paura, frustrazione, trauma.
Tecniche che mirano a “spegnere” il comportamento possono funzionare nell’immediato, ma rischiano di provocare quello che viene definito shutdown: uno spegnimento emotivo. Il cane sembra calmo, ma è in realtà sopraffatto dall’angoscia e dalla perdita di controllo.
Lo shutdown nel cane
Lo “shutdown” è uno stato di blocco emotivo e comportamentale in cui il cane, sopraffatto dallo stress o dalla paura, smette di reagire agli stimoli esterni. Non è un segno di obbedienza o tranquillità, ma piuttosto un meccanismo di sopravvivenza di tipo passivo, simile al “freezing” osservato in molte specie animali di fronte a una minaccia insormontabile. Un cane in shutdown può sembrare calmo e docile, ma in realtà è emotivamente dissociato e profondamente in difficoltà. È fondamentale riconoscere questo stato per evitare di interpretare erroneamente un comportamento patologico come una risposta positiva all’addestramento.
Anche una semplice pressione psicologica — uno sguardo duro, un movimento brusco — può innescare questo spegnimento, soprattutto nei cani più fragili o traumatizzati.
Queste tecniche rapide e immediate funzionano perché danno risultati visibili subito, ma ignorano i bisogni emotivi più profondi dell’animale, lasciando il problema irrisolto sotto il tappeto.
Lavorare davvero per il benessere di un cane — emerge chiaramente dal confronto — richiede tempo, pazienza e rispetto delle emozioni, anche quando sono scomode o difficili da gestire.
Dunque, proprio come accade nel campo della psicoterapia umana, esistono diversi modi di intervenire:
- Un approccio mira a rimuovere il sintomo nel più breve tempo possibile, ottenendo risultati rapidi, meno dispendiosi a livello economico e pratico, ma sacrificando l’ascolto delle emozioni profonde;
- Un altro approccio sceglie invece di lavorare in profondità, costruendo una relazione di fiducia che porterà alla risoluzione del sintomo in modo naturale e duraturo, anche se con un percorso più lungo e complesso.
Nonostante la differenza sostanziale tra i due metodi, entrambi presentano vantaggi e criticità:
| Approccio | Vantaggi | Svantaggi |
|---|---|---|
| Tecniche tradizionali (stimolo-risposta, contenimento fisico) | – Interventi rapidi ed efficaci nell’immediato. – Consentono di prevenire danni a persone o ad altri animali nei casi di emergenza. – Metodo semplice da insegnare e applicare per i proprietari inesperti. | – Possibile stress psicologico e spegnimento emotivo del cane (shutdown). – Rischio di non risolvere la causa profonda del problema comportamentale. – Possibile perdita di fiducia tra cane e proprietario. – Effetti a lungo termine difficilmente prevedibili. |
| Tecniche evolute (cognitivo-emozionali, rispetto dell’individualità) | – Favoriscono il benessere emotivo del cane. – Costruiscono una relazione basata su fiducia e comprensione reciproca. – Interventi più duraturi, che vanno a risolvere le cause profonde dei comportamenti problematici. – Maggiore soddisfazione sia per cane sia per proprietario nel lungo periodo. | – Richiedono più tempo e pazienza. – Necessitano di conoscenze approfondite del comportamento e delle emozioni canine. – Costi più elevati in termini di formazione e percorsi educativi. – Risultati visibili solo nel medio-lungo termine. |
Entrambe le strade presentano potenzialità e limiti.
Forse il vero equilibrio, mi sono detto, sta nel riconoscere il contesto specifico, la fragilità del cane e la responsabilità umana di scegliere sempre il bene più profondo dell’animale, anche quando richiede sacrificio e impegno.
conclusioni: tra tecnica e rispetto, la via della consapevolezza
Tra noi e loro esiste un patto non scritto: il rispetto reciproco. A noi la responsabilità di non tradirlo.
In questo articolo ho voluto riflettere sul modo in cui ci relazioniamo ai nostri cani:
non come padroni, ma come compagni di vita.
Abbiamo esplorato quanto sia importante riconoscere le emozioni e i bisogni profondi dei cani, conoscere le caratteristiche delle loro razze, rispettare la loro individualità.
Abbiamo anche analizzato tecniche di gestione differenti, mettendo a confronto approcci più rapidi e tradizionali con metodi più lenti ma orientati al benessere emotivo dell’animale.
Non esistono risposte assolute.
Ogni cane è un individuo, ogni situazione è unica, ogni relazione racconta una storia diversa.
Ed è proprio su questo che voglio lasciare aperta la riflessione:
Se foste di fronte a un comportamento difficile del vostro cane, quale approccio sentireste più vicino al vostro modo di essere?
Quando, secondo voi, sarebbe giusto usare una tecnica piuttosto che un’altra?
Che tipo di legame volete costruire con l’animale che avete accanto?
Sono domande che non chiedono risposte immediate, ma che, forse, possono guidarci verso un rapporto più consapevole, rispettoso e profondo con i nostri amici a quattro zampe.

