introduzione
“Stanotte ho fatto un sogno: ritrovavo un amico, ci abbracciavamo e non volevamo più lasciarci andare. Ma più del contenuto del sogno, ciò che contava davvero era come mi sono sentito in quell’abbraccio. Ed è stato in quel momento che ho capito una verità profonda: i lutti non si vivono solo per i morti, ma anche e soprattutto per i vivi“
In famiglia, così come in amore o in amicizia, quando un rapporto finisce, devi accettare che quella persona non farà più parte della tua vita. È un distacco che può essere altrettanto doloroso, perché porta con sé un’assenza difficile da colmare. Devi elaborare il lutto per riuscire ad andare avanti e accettare la convivenza con l’assenza.
il lutto come strumento
La morte e la perdita di un rapporto ci fanno vivere entrambe l’assenza, ma in modi molto diversi. Quando una persona muore, l’assenza che ne deriva rimane uniforme, poiché non possiamo fare nulla per cambiare le cose. È una realtà che dobbiamo accettare, e il lutto ci aiuta proprio in questo, nel convalidare quella mancanza e nel renderla parte del nostro percorso. È un processo che, seppur doloroso, ci permette di andare avanti, accettando che certe cose non torneranno.
Nel caso della perdita di un rapporto, invece, l’assenza è più complessa. In questo caso infatti, esiste la possibilità di un cambiamento, e questo alimenta una frustrazione profonda. Viviamo la tristezza per ciò che non esiste più, ma allo stesso tempo coltiviamo il desiderio di ciò che potrebbe tornare a essere o di ciò che sarebbe potuto essere. Questo conflitto tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere ci fa sentire imprigionati in un continuo stato di incertezza. La frustrazione che ne deriva e che sperimentiamo è difficile da gestire, e solo attraverso un processo come il lutto, che ci obbliga a confrontarci con l’irreversibilità della perdita, possiamo affrontarla.
Il lutto, in questo contesto, diventa uno strumento essenziale: ci aiuta a convalidare l’assenza, la fine di un rapporto. Ci aiuta ad accettare il destino delle cose e a trovare la forza di proseguire. È una via per liberarsi dalla speranza vana che le cose possano tornare indietro, permettendoci di vivere senza essere intrappolati nel rimpianto per ciò che non può più essere. È in questo modo che il lutto diventa uno strumento che ci permette di andare avanti, di continuare a vivere, senza restare paralizzati dalla frustrazione, dal dolore o dalla nostalgia di un passato che non esiste più.
le sensazioni
Ascolta le tue sensazioni, perchè esse sono pensieri che ancora non hanno trovato linguaggio
Viviamo in un mondo che ci spinge a credere che ogni occasione vada colta, che ogni momento debba essere sfruttato, soprattutto con le persone che fanno parte della nostra vita. Ci viene detto che un giorno potremmo pentirci di non aver vissuto abbastanza qualcuno, che potremmo rimpiangere il tempo perso, e che per questo dovremmo sforzarci di esserci, di stare accanto, anche quando non lo sentiamo davvero. Ma è davvero giusto vivere con questa pressione? No, non lo è.
La verità è che non sempre sentiamo il bisogno di condividere il nostro tempo con qualcuno, e non c’è nulla di sbagliato in questo. I legami non si misurano con la quantità di tempo trascorso insieme, né con la paura di avere rimorsi. Se in un determinato momento della nostra vita non sentiamo di volerci vivere una persona, dobbiamo avere il coraggio di ascoltarci, senza forzarci per paura di un futuro rimpianto.
Quello che vi consiglio caldamente è di fare sempre ciò che vi sentite di fare. Se non vi sentite di fare qualcosa, non forzatevi di farla solo perché gli altri vi incutono timore facendo leva sui vostri sensi di colpa, sulla vostra paura. Ascoltate le vostre sensazioni, ascoltate i vostri sentimenti.
Ascoltate più a voi stessi. Parlate con voi stessi, chiedetevi come mai non vi sentite di fare qualcosa, e non cercate di cambiare a tutti i costi la risposta. Concedetevi di accettare qualche volta anche la realtà delle cose.
Non abbiate paura dello sbaglio perché non esiste un modo giusto o sbagliato di vivere le relazioni. Esiste ciò che sentiamo e ciò che non sentiamo, e imparare ad accettarlo è un atto di rispetto verso noi stessi. Non dobbiamo riempire il presente con incontri imposti solo per paura di un’assenza futura. Dobbiamo, invece, concederci la libertà di scegliere chi vivere e in che modo, senza sensi di colpa e senza pressioni.
Forse, alla fine, il rimorso non nasce da ciò che non abbiamo fatto, ma dal non aver vissuto in sintonia con ciò che eravamo in quel momento. E questo, più di ogni altra cosa, è ciò che dovremmo imparare ad accettare.
In poche e semplici parole: sentitevi liberi.
il viale dei ricordi
Il vento non ha potere sul profumo creato da una mente per colmare una mancanza
“Giochiamo a non farci vedere?”
Ricordo le domeniche d’estate, noi che giocavamo sulla spiaggia e loro che parlavano della vita. È difficile trovare qualcosa che possa durare per sempre, di solito tutto passa e poco resta, se non dei ricordi che diventano sempre più sfocati, sempre più confusi, lontani. E quel sentimento di accettazione, che non lascia spazio ad altrimenti.
Ricordo i tramonti di quelle sere che non volevamo finissero mai, lasciavamo il mare con un sentimento di nostalgia mentre tornavamo a casa, ad una routine di vita che ci apparteneva ma che sentivamo il bisogno di abbandonare, anche solo per quel tempo necessario a vivere quella magia. E accadeva spesso che quel sentimento lì, quel sentimento di nostalgia, diventava così forte che la sera stessa una scusa per rincontrarci la trovavamo sempre. Cambiava il luogo ma non quel bisogno di stare insieme, di evadere dalla realtà.
Nel momento di andar via, ci salutavamo sempre come se fossimo incoscienti, come se fingessimo di non sapere che da lì a poco ci saremmo chiamati per mettere insieme gli avanzi della giornata e tornare a riunirci per cenare insieme. Come un rituale, ne avevamo bisogno forse, di credere che ci fosse una fine al quale noi, artefici del nostro destino, avevamo il potere di cambiare.
E anche se non eravamo più al mare, in uno spazio aperto circondati dal rumore delle onde e dal vento che ci scompigliava i capelli, sapevamo ugualmente come divertirci. Le mura di una casa non erano un limite per noi, perché io e te insieme potevamo tutto.
Avevamo inventato un gioco, ti ricordi?
Lo chiamavamo il gioco del ‘non farci vedere’, noi, piccoli ideatori di mondi fantastici con il potere di trasformare la realtà nel nostro gioco preferito, e ci divertivamo, sì.
Loro diventavano i nostri ‘nemici’ dal quale non dovevamo farci scoprire, dovevamo osservarli, passare accanto a loro, ma senza mai farci vedere, era impossibile, ma noi pensavamo di riuscirci, e loro fingevano di non vederci, assecondavano il nostro gioco. A noi bastava quello per credere di essere dei guardiani invisibili.
Oppure, ti ricordi quando una di quelle domeniche abbiamo assemblato acqua, terra, alghe e sassolini, per creare un tiramisù?
Il potere delle nostre due menti, capaci di trasformare il fango in un dessert, quei vestiti così sporchi di terra che accompagnavano la fierezza del nostro capolavoro culinario, la pura innocenza infantile.
Ti ricordi i loro sguardi? Volevano arrabbiarsi per le condizioni in cui ci eravamo ridotti, ma eravamo così teneri che finivano a scoppiare dal ridere. Le loro voci, le loro risate, erano la nostra musica, il nostro senso di sicurezza. Ci bastava quello. Potevamo toccare la felicità con una mano.
Adesso invece, è inverno da troppo tempo.
Quei bambini si sono smarriti, persi in un bosco senza avere idea di come ci siano arrivati, un bosco con l’erba troppo alta per poter capire la direzione da prendere per ritrovarsi, e ancora non esiste il sentiero che li farà ricongiungere, e forse non esisterà mai.
Non ricordo come sia nato tutto, ricordo che un giorno mi interrogavo sul nostro rapporto, cercavo un termine che lo potesse definire, ti chiesi la differenza tra essere amici e essere fratelli, mi hai spiegato che era una questione di sangue, per me è ancora una questione di scelta.
Vorrei tornare indietro nel tempo, per ricordarmi anche solo lontanamente come si stava in estate. Forse non vorrei rivivere quei momenti, forse vorrei solo giocare a ‘non farmi vedere’ da quei due piccoli mostricciattoli creativi, per poterli osservare senza però essere visto, per non spaventarli, per non renderli consapevoli di come potrebbe essere il futuro. Vedrebbero un uomo solo anziché due.
E tu sai quanto possa essere difficile far scontrare un illusione con la realtà, il pensiero di un’amicizia eterna che si scontra con la possibilità che queste persone possano prendere due sentieri di vita diversi, che forse non si ricongiungeranno mai. Si passeranno accanto, si saluteranno, ma non avranno più niente da dirsi, sarà così, perchè ci è già successo, perché in loro è ormai diventato adulto il fanciullino di cui parlava Pascoli.
Non ho più avuto il coraggio di tornare nel nostro posto, perché ho paura di non riuscire più a vederlo come lo vedeva il mio fanciullino.
Rimane e rimarrà sempre però, il mio posto delle fragole.
il passato come rifugio
Non serve a niente rifugiarsi nei sogni e dimenticarsi di vivere
(Harry Potter, J.K. Rowling)
Accade diverse volte di fermarci per un secondo, e partendo da un odore, un suono, un luogo, immergerci in un viaggio all’interno del viale dei ricordi. Lungo questo viale troviamo frammenti della nostra vita. Alcuni frammenti li troveremo positivi, altri negativi, ma è ciò che dobbiamo aspettarci, perché la vita è una montagna russa che non si accontenta dell’equilibrio.
Questi frammenti che ritroviamo e che riviviamo sono parti a cui vorremmo aggrapparci quando tutto cambia e si trasforma, come se fossimo su una barca e volessimo gettare un’ancora in un oceano senza fondale, per rimanere lì fermi incuranti del tempo che prosegue, ma ci scontriamo con l’impossibilità di fermarlo.
Nel racconto di un’estate della mia infanzia vi ho parlato di un’amicizia che si è persa ma che non potrà mai essere cancellata.
Il ricordo di quell’estate lontana, con il vento che ci scompigliava i capelli sulla spiaggia, le serate che non volevano finire, la sensazione di essere parte di qualcosa di immutabile, che il mondo esterno non avrebbe mai potuto scalfire. Era tutto così, una promessa di felicità che sembrava non dover finire mai. Eppure, come tutto, anche quei momenti sono svaniti, lasciando solo il ricordo di un tempo che è passato e che non tornerà più.
Camminando lungo questo viale dei ricordi, ci accorgiamo che il passato non è mai davvero lontano. Ogni passo che facciamo, ogni sguardo che lanciamo in quella direzione, ci riporta a quei momenti che, pur essendo sfocati e lontani, non hanno mai cessato di essere vivi dentro di noi. Ma non sono solo i ricordi di felicità che ci accompagnano: il viale è anche popolato dalle cicatrici, dai sogni infranti e dai legami che si sono persi, dal lento scorrere del tempo che porta via ciò che ci sembrava indistruttibile.
E in questo viaggio attraverso il passato, ci scontriamo con la consapevolezza che quei momenti non torneranno più. La nostalgia diventa inevitabile, un compagno che ci cammina accanto, ma che non ci trattiene. È un incontro di luci e ombre, di gioia e dolore, che ci insegna che, pur volendo fermare il tempo, non possiamo farlo. Possiamo solo custodire i ricordi e permettere che continuino a vivere nel nostro cuore.
il posto delle fragole

Il “posto delle fragole” di Ingmar Bergman, è il simbolo di una ricerca profonda nella memoria e nel significato della vita e si intreccia perfettamente con l’idea che dobbiamo andare avanti e non dimenticarci di vivere. Nel film, il protagonista, Isak Borg, intraprende un viaggio che lo porta ad affrontare il suo passato, le sue paure, le sue illusioni e la sua solitudine. Il viaggio fisico verso il suo vecchio paese natale si trasforma in un viaggio interiore, dove il confronto con i ricordi e le esperienze vissute lo costringe a riflettere sulla sua esistenza e sul tempo che ha trascorso.
Il “posto delle fragole”, che nel film rappresenta un luogo carico di significato personale e affettivo, diventa per Isak un punto di riferimento simbolico, un’ancora al quale si aggrappa per cercare risposte alle domande che la vita gli ha posto. Ma come nel nostro cammino, anche lui deve accettare che non è possibile restare ancorati al passato. Il tempo, come il vento che porta via le fragole mature, scorre senza pietà e il futuro ci chiama, inevitabile.
Nel nostro percorso, il “posto delle fragole” potrebbe essere visto come quella parte di noi stessi, quella memoria che custodiamo gelosamente, che ci dà conforto e ci aiuta a non dimenticare chi siamo stati. Ma, come nel film di Bergman, dobbiamo ricordare che se restiamo troppo ancorati a quel luogo, non viviamo veramente. Non possiamo permetterci di vivere nel passato, per quanto sia dolce il ricordo. Dobbiamo, invece, imparare a portare con noi il “posto delle fragole”, ma senza farne la nostra prigione.
Come Isak Borg, dobbiamo affrontare le nostre paure e i nostri rimpianti, ma senza lasciarci sopraffare. Dobbiamo andare avanti, accettare la perdita e l’ineluttabilità del tempo, ma anche ricordare che vivere significa avere il coraggio di continuare a cercare nuovi significati, nuovi luoghi, nuove emozioni. Non possiamo permetterci di dimenticare di vivere, di non agire nel presente, proprio come Bergman ci invita a fare nel suo film: un cammino verso la consapevolezza e la liberazione dalle catene del passato.
Il “posto delle fragole”, dunque, non è solo un ricordo da custodire, ma anche una lezione: imparare a vivere nel presente senza dimenticare chi siamo stati, senza essere intrappolati nel rimpianto, ma con il cuore aperto a tutto ciò che la vita ha ancora da offrirci.
dai ricordi alla rinascita
Il viale dei ricordi non è solo un luogo di perdita, ma anche di rinascita. Perché, in fondo, è proprio grazie ai ricordi che continuiamo a vivere, a dare significato al nostro presente, e a guardare al futuro con la consapevolezza che, anche se tutto cambia, alcune cose rimangono dentro di noi.
Non dobbiamo dimenticarci che, nonostante le cicatrici, nonostante le perdite, siamo ancora qui, con la capacità di sperimentare nuovi momenti, nuove emozioni e nuove connessioni.
Vivere non significa dimenticare, ma imparare a convivere con ciò che è stato, senza lasciarlo definire il nostro presente. Significa dare spazio a nuove esperienze, a nuove risate, a nuovi abbracci. Dobbiamo ricordarci che il futuro è ancora tutto da scrivere, e che, anche se il passato ci ha lasciato le sue tracce, siamo noi i veri autori della nostra vita.
Non dobbiamo mai smettere di vivere, anche quando la nostalgia ci assale. Non dobbiamo mai dimenticare che, ogni tanto, è necessario fermarsi a respirare, ma sempre con lo sguardo rivolto avanti. La vita è un viaggio che merita di essere vissuto fino in fondo, con tutte le sue imperfezioni, i suoi momenti di felicità e di dolore. Ed è proprio in questo equilibrio che troviamo la nostra forza.
conclusione
Panta rei
(in greco antico: πάντα ῥεῖ, “tutto scorre”)
La convivenza con l’assenza è un processo silenzioso, un dialogo continuo con ciò che è stato e che non potrà più essere. I ricordi, così vivi da sembrare tangibili, diventano i compagni di un viaggio in cui la nostalgia si mescola all’accettazione. Non possiamo fermare il tempo né riportare indietro le persone che abbiamo perso, ma possiamo imparare a custodire ciò che hanno lasciato dentro di noi.
Accettare la perdita, infatti, non significa dimenticare, ma riconoscere che certi legami, anche se mutano o si dissolvono, continuano a esistere in una forma diversa: nelle sensazioni che riaffiorano, nei luoghi che raccontano storie, nelle risate che ancora risuonano nella memoria.
Forse, alla fine, convivere con l’assenza significa proprio questo: non cercare di colmare il vuoto, ma imparare a camminare accanto ad esso, lasciandoci guidare da ciò che è stato senza rimanere prigionieri di ciò che non potrà più essere. Dunque non si tratta di cancellare il passato o di rinnegare il dolore della perdita, ma di permettere a ciò che è stato di accompagnarci senza impedirci di andare avanti.
Come un treno che riprende la sua corsa dopo una sosta, la vita ci spinge avanti, e l’assenza viaggia con noi. Non come un peso insostenibile, ma come un compagno silenzioso, una presenza discreta che ci ricorda chi siamo stati e chi possiamo ancora diventare. In fondo, forse è proprio la capacità di convivere con l’assenza a renderci davvero liberi: liberi di ricordare senza rimanere intrappolati, liberi di sentire senza esserne sopraffatti, liberi di proseguire il nostro viaggio senza paura di voltare lo sguardo indietro.


Ho riletto più volte. Niente di più vero. Grazie per questa riflessione meravigliosa 🌜🌛
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