l’importanza di distinguere comportamento e persona

Comprendere i comportamenti, senza etichettare le persone, è la chiave per aiutare gli studenti a crescere: aspettative positive, linguaggio rispettoso e relazioni di fiducia possono trasformare il disagio in sviluppo.


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l’importanza del linguaggio

Spesso ci capita di osservare o vivere situazioni in cui viene manifestato un comportamento aggressivo. La nostra tendenza è categorizzare la persona che lo manifesta come una persona aggressiva piuttosto che spostare l’attenzione dalla persona al suo comportamento. Ciò che facciamo è dire “questa persona è aggressiva” piuttosto che “questa persona si è comportata in modo aggressivo”.
Dire una cosa piuttosto che l’altra non è lo stesso, sono due categorizzazioni completamente diverse, in una si categorizza e giudica la persona, nell’altra il suo comportamento.
Categorizzare e giudicare una persona come aggressiva è sbagliato. Perchè?
Per diversi motivi in realtà:
1. Facendo in questo modo si va a etichettare una persona, a darle una forma ben precisa, come se venisse posta una diagnosi su di essa, come se non potesse essere poi qualcos’altro. Ci si dimentica del resto, e ci si concentra solo su quella parte aggressiva, che viene generalizzata all’interezza della persona, non ricordiamo più chi è Mario (nome fittizio usato per esprimere meglio l’esempio) o se Mario è qualcos’altro oltre a essere aggressivo.
2. L’aggressività potrebbe non appartenere alla struttura di personalità della persona in esame, ma potrebbe semplicemente essere uno strumento di comunicazione che viene utilizzato da questa persona per comunicare qualcosa che diversamente passa inosservato. È per questo che è bene prediligere una frase che metta l’accento sul comportamento, perchè in questo modo non ci si dimentica del resto ma si cerca di capire quale sia la causa di quel comportamento aggressivo.

a scuola

Spesso a scuola – più che nella vita al di fuori – ci si dimentica di fare questa distinzione tra persona e comportamento. Accade diverse volte che i docenti si improvvisino psicologi e partendo da un comportamento di uno studente, vadano ad appicciargli sopra una diagnosi trasformando l’intera persona in una forma, che potrebbe addirittura essere sbagliata (per il secondo motivo riportato nel paragrafo prima, dunque, per il fatto che un comportamento potrebbe benissimo essere una forma di comunicazione).

Precisando che i docenti non hanno le competenze e gli strumenti necessari a fare una diagnosi, vorrei informarvi che gli psicologi, che invece hanno tali strumenti e dunque sono in grado di formulare una diagnosi, non si concentrano solo su di essa, non la considerano un punto di arrivo, ma un punto di partenza per capire dove una persona potrebbe avere più difficoltà, senza trascurare il resto, perchè una persona non è solo la diagnosi che gli viene fatta, è anche tanto altro.

Tutto ciò a scuola accade anche per i voti, usati in modo disfunzionale, perchè non viene mai precisato che il voto che un docente assegna è riferito al compito dello studente, non allo studente. Dunque il voto non è riferito alla persona ma a ciò che quella persona ha prodotto, serve a misurare una performance e dovrebbe inoltre essere spiegato il perchè di quella misura e come potrebbe fare lo studente a migliorare, facendogli notare cosa ha portato a quella misura, cioè cosa è stato considerato dal docente in quel compito per arrivare ad attribuire quel punteggio.

A scuola ci si dimentica di fare tutto ciò, e di questo ne parleremo in un altro articolo incentrato sulla scuola, dove affronterò i punti critici di quest’ultima parlandovi della scuola di Barbiana e di Don Lorenzo Milani, oltre ad affrontare e analizzare la proposta di un docente dei voti da scoprire come gratta e vinci.

l’effetto pigmalione

Come accennato nel paragrafo sopra, nel contesto scolastico, sia quando vengono assegnati dei voti, sia quando viene notato un particolare comportamento, si tende a categorizzare quello studente nella sua interezza basandosi unicamente su quel voto o su quel comportamento.
Una spiegazione di quanto succede ci viene fornita dall’effetto pigmalione.

L’effetto Pigmalione si basa sulla teoria della “profezia che si autorealizza”, secondo cui le aspettative di un insegnante nei confronti di uno studente influenzano in modo significativo il comportamento e le prestazioni dello studente stesso. Se un insegnante ritiene che un alunno sia più o meno dotato rispetto agli altri, tenderà a trattarlo in modo diverso, anche senza rendersene conto. Questo trattamento diverso porterà lo studente ad interiorizzare la valutazione dell’insegnante e ad adattare il proprio comportamento di conseguenza. Così, si crea un circolo vizioso che fa sì che lo studente diventi esattamente come l’insegnante lo aveva immaginato.

Va sottolineato che la percezione negativa da parte dell’insegnante potrebbe indurre lo studente a sentirsi svalutato e ingiustamente trattato, portandolo a ridurre i propri sforzi o ad avere una bassa autostima. D’altro canto, se l’insegnante dà più fiducia a un alunno, questi si sentirà incoraggiato a fare meglio, poiché riconoscerà che il suo impegno viene apprezzato. Questo tipo di discriminazione potrebbe estendersi anche ai compagni di classe e ai genitori, influenzando il giudizio sociale e le dinamiche di gruppo.

Questo effetto descrive il fenomeno per il quale ogni docente tende a crearsi un’immagine di ciascun allievo che non sempre corrisponde al vero. Si può credere che un alunno sia il migliore o il peggiore, che avrà successo oppure insuccesso, grazie ad alcuni elementi informativi disponibili o anche a caratteristiche di personalità e fisiche.

Di questo particolare caso in ambito scolastico se ne parla meglio in un articolo di E. Fortunato su Orizzontescuola.it:
Valutazione studenti, attenti all’effetto Pigmalione. Come liberarsi dai condizionamenti: dalla continuità ai BES e DSA

L’effetto pigmalione spiegato in breve: viene detto ai docenti che lo studente X (scelto a caso) è il più intelligente della classe, e nonostante i docenti affermino che non si faranno influenzare da questa informazione e che tratteranno alla pari tutti gli studenti, interiorizzano invece quell’informazione e in modo inconsapevole “tratteranno meglio” quello studente. Il risultato che si osserva alla fine è che quello studente sarà poi più avanti di tutti gli altri. Per questo viene chiamato l’effetto della profezia che si autorealizza. Tutto ciò accade anche in modo opposto, dunque con una credenza negativa, si va poi a confermare tale credenza. Se viene detto che lo studente X è aggressivo, quello studente non sarà mai altro e finirà che diventerà seriamente aggressivo.
(Ho spiegato questo concetto esagerando, ma bisogna considerare che ogni casistica è sempre unica)

l’importanza di sentirsi accolti

Rocco Latrecchiana, un insegnante di Storia dell’Arte ad Abbiategrasso, ha raccontato l’aggressione subita il 15 ottobre 2024 da uno dei suoi studenti, che lo ha colpito con un calcio al volto, fratturandogli il naso. L’insegnante ha denunciato la crescente violenza e mancanza di rispetto nelle scuole, dove i ragazzi si sentono “onnipotenti” e spesso ignorano le regole. Ha anche suggerito che le lezioni di educazione civica dovrebbero concentrarsi sulla prevenzione dei reati e sull’educazione alla legalità fin dalle scuole primarie. Nonostante l’aggressione, Latrecchiana sta ancora valutando se continuare ad insegnare. La famiglia dello studente ha inviato una mail di scuse.
La notizia completa su Orizzontescuola.it

Dopo tale accaduto, sulla piattaforma social Instagram, sotto al post riportante questa notizia di Orizzontescuola.it varie persone hanno iniziato a commentare. Diversi commenti hanno catturato la mia attenzione, ad esempio, i commenti di chi sosteneva la necessità di punizioni esemplari come l’espulsione del ragazzo.
Io sono fortemente in disaccordo, e vi svelo l’incoerenza e l’insensatezza di questa punizione.

Espellere un ragazzo da scuola per insegnargli qualcosa è privare questo ragazzo dell’opportunità di essere educato, dato che è la scuola il luogo dove convergono insegnamento e educazione.

Come si può pensare di educare un ragazzo sottraendolo al luogo per eccellenza dell’educazione?

Che messaggio darebbe la sua espulsione? Tutti si comporterebbero bene per paura di essere espulsi? No, non credo, anzi, sentirebbero che neanche la scuola li accoglie perchè incapace di tollerare la loro divergenza, e crederebbero ancora meno a questa istituzione.

Non si educa vietando l’educazione. È un paradosso.

Lettera a una professoressa, di Don Lorenzo Milani, accennava come i ragazzi bocciati, espulsi o quanto altro, venivano accolti alla scuola di Barbiana (di cui parlerò come accennato prima in un altro articolo), dove tutti potevano dare il loro contributo, dove tutti si sentivano ”giusti’ e non ‘sbagliati’. Perchè? Perchè non erano trattati come studenti, ma come persone. La loro storia di vita non veniva accantonata perchè non interessava in quel momento e disturbava l’apprendimento delle materie, ma veniva ascoltata e si cercava di comprendere come quella storia di vita potesse essere d’aiuto pure per gli altri.
Oggi nelle nostre scuole vengono etichettati gli studenti per il loro ‘sentirsi onnipotenti’. Io credo fortemente che sia il sistema e i suoi docenti a sentirsi in questo modo, non i ragazzi.
Una soluzione che propongo è l’instaurarsi di un rapporto di amicizia tra docenti e studenti, anzichè consolidare le distanze. Siamo in un’epoca diversa, dove l’autorità ha perso di credibilità e dove il rispetto si guadagna con l’affetto non con il timore. Per questo un legame d’amicizia potrebbe portare gli studenti a relazionarsi con i docenti, ad aprirsi con loro, a sentirsi ascoltati, accolti e tollerati e automaticamente il loro comportamento si modificherebbe in meglio, così come ci dice l’effetto pigmalione. Non dico che i docenti debbano perdere il loro ruolo autoritario, ma devono anche essere capaci di sapere quando annullare le distanze e instaurare un rapporto più amicale con lo studente.

Tutto ciò risulta funzionale soprattutto nei casi in cui il comportamento degli studenti sia un comportamento aggressivo. E a questo proposito, ritornerei al titolo di questo articolo, ma prima vi consiglio la visione di un film e una serie tv che mostrano un esempio positivo e funzionale di scuola e insegnamento.

filmografia consigliata

FREEDOM WRITERS

“Freedom Writers” è un film drammatico basato su una storia vera. La trama ruota attorno a Erin Gruwell, una giovane insegnante che prende in carico una classe di studenti problematici in una scuola superiore di Long Beach, California. I suoi studenti provengono da quartieri segnati da violenza, razzismo e povertà. Inizialmente, gli studenti sono disinteressati e ostili, ma Erin riesce a guadagnarsi il loro rispetto utilizzando metodi non convenzionali, come l’insegnamento della scrittura attraverso le loro esperienze personali.

La sua passione e dedizione li motivano a scrivere i loro diari, che diventano una forma di espressione per raccontare le difficoltà e le ingiustizie che vivono. Il gruppo di studenti, che prima erano divisi da pregiudizi e conflitti, inizia a unire le forze, grazie alla sua guida, e diventa un esempio di speranza e cambiamento.

Il film esplora temi di resilienza, educazione, e l’importanza di dare una voce a chi spesso viene ignorato, dimostrando come un insegnante può fare la differenza nella vita degli studenti.


UN PROFESSORE

Un Professore è una serie italiana che segue la storia di Dante, un insegnante di filosofia in un liceo classico, interpretato da Alessandro Gassmann. Dante è un uomo segnato dalla vita, che cerca di insegnare ai suoi studenti non solo la materia, ma anche le lezioni di vita, affrontando le difficoltà dell’adolescenza e le proprie battaglie personali. La trama ruota attorno al suo rapporto con gli studenti, ognuno con le proprie problematiche, e alla sua capacità di aiutare a superare ostacoli sia emotivi che scolastici. La serie esplora temi come la passione per l’insegnamento, le sfide familiari e la crescita personale, mescolando momenti di riflessione e emozione con le dinamiche quotidiane di una scuola.


l’importanza di distinguere comportamento e persona: l’aggressività come comunicazione

Estratto del libro “Nelle stanze dei bambini alle nove della sera” di Paola Milani. (Questa storia è scritta con il linguaggio di un bambino, come se fosse il bambino stesso a scrivere della sua vita avviando un dialogo interiore)

Denis, 4 anni, periferia di Salerno
Adesso sono a letto. Dormo nel letto sotto del letto a castello. Nel letto sopra dorme Karim.
La mamma ha chiesto a Rashad di dormire vicino a me, in un materasso per terra con le lenzuola sempre ruvide, anche se la camera è piccola, ma non c’è niente oltre al letto, quindi un materasso in più c’è stato. Però io e Karim dobbiamo passare sopra il materasso di Rashad per andare a letto.
Quasi mai c’è Ennio. Mai c’è papà. Delle volte c’è la mamma, delle volte no. Lei pensa che io sono a letto tranquillo e che quindi finalmente può uscire. Stamattina la mamma mi ha svegliato, ma era già stanca, mi ha detto di vestirmi, mi ha dato due biscotti, si è messa una giacca sopra la camicia da notte, mi ha accompagnato dalla vicina del piano, che tutti i giorni accompagna sua figlia, Irene, a scuola con me, e siamo andati a scuola noi tre, camminando con calma. Mamma credo che sia tornata a letto. Poi non so cosa ha fatto, alle quattro è venuta a scuola a prendermi. Non capita quasi mai. Sono rimasto molto stupito. Contento.
Ogni giorno, dopo pranzo, a scuola, mi viene su un qualcosa che non so cos’è… agitazione, paura, … non riesco più a stare attento e la maestra dice che non mi sopporta perché disturbo il lavoro di tutti. Vorrebbe mandarmi a dormire con i bambini più piccoli, ma come faccio secondo lei a dormire, con il cuore che delle volte mi batte in gola. Mi batte in gola le volte che non so se qualcuno viene a prendermi per portarmi a casa. Delle volte non viene nessuno, resto da solo e le maestre si lamentano e tra loro dicono cose bruttissime sui genitori che si dimenticano i bambini a scuola. Ogni giorno ho paura che succeda questa cosa di essere dimenticato. L’ora prima delle quattro è una brutta ora, bruttissima ora.
Oggi invece è venuta la mamma, era vestita normale e mi ha aiutato a mettermi il cappotto. Siamo andati a casa e mi ha lasciato con l’iPad fíno a quando è tornato Rashad, che l’ha rivoluto. Hanno litigato perché lei non sapeva dov’era andato e voleva che facesse i compiti. Non so perché lui non li vuole mai fare. Lui non li fa e poi lei smette di gridare e si mette a guardare il suo telefono. Karim era a casa e ha preparato la cena. Sa fare delle buone uova e c’era un buon pane che gli aveva comprato suo papà, che è bastato per tutti.
Dopo cena, quando Karim mi dice che sono le nove, vengo a letto da solo, perché Ennio vuole che la mamma stia con lui. Ci metto tanto ad addormentarmi, ma non chiamo nessuno a farmi compagnia perché so che nessuno verrebbe. Non riesco a dormire finché non sento che anche Karim e Rashad vengono a letto. Loro non lo sanno che li sento perché io sto con gli occhi chiusi. La mamma e Ennio non li sento quasi mai, invece, andare a dormire.
Nel letto è buio, ma le pareti della stanza che mi circondano mi fanno sentire protetto, anche se, prima di addormentarmi, vengono a galla, come se fossero bolle nel mare, tante paure forti:
la paura di non sapere chi mi viene a prendere domani,
chi troverò a casa, se la mamma è arrabbiata,
dove è andato Rashad,
se Ennio vuole che la mamma esca con lui,
se la mamma si ricorda di svegliarmi domani mattina,

Solo quando tutte queste paure sono passate tra la testa e la pancia, e vanno anche loro a dormire, anch’io riesco ad addormentarmi, ma non faccio quasi mai bei sogni.


La stanza angusta e vuota di Denis riflette la solitudine di questa famiglia e l’invisibilità di questo bambino che va a dormire e si alza da solo, resta a scuola ad aspettare che qualcuno si ricordi di lui, perchè le figure genitoriali non sono in condizione di soddisfare i bisogni di ascolto, relazione, accudimento, affetto, riconoscimento del bambino. Il riconoscimento è il bisogno fondamentale dell’essere umano.


Questa storia denuncia il fenomeno della negligenza, che sta dilagando nella nostra società. Questa storia, inoltre, può essere una buona e valida base per comprendere la comunicazione che c’è sotto determinati comportamenti particolari nei bambini così come nei ragazzi delle scuole medie e superiori.

Denis è un bambino che attende di essere riconosciuto, guardato tutto intero.
Un bambino come Denis che ogni pomeriggio, a scuola, va in ansia, diventa irrequieto e “disturba”, perchè sa che la sua mamma può non farcela ad arrivare a scuola a prenderlo, non è affatto scontato che sia un bambino con un “disturbo del comportamento”, non è neppure un bambino da etichettare come BES. Fare questo è come mettere a fuoco la parte senza vedere il tutto.

A volte dietro un comportamento che può apparire e essere categorizzato e giudicato come aggressivo può nascondersi per l’appunto una comunicazione, un bisogno, una preoccupazione, e ciò che bisognerebbe fare non è focalizzarsi su quella parte, ma notare quel comportamento senza giudicare la persona in base a quello, ma cogliere questa comunicazione che ci sta al di sotto.
Prima di etichettare la persona per quel comportamento, bisognerebbe domandarsi se quel comportamento sta a significare qualcosa e se è il mood che sta utilizzando quella persona per dirci qualcosa.
Nel caso di Denis quel comportamento era un modo per farsi notare dalla maestra, per mostrare la sua preoccupazione, per dare linguaggio alla sua invisibilità che non riusciva a denunciare, visto che in casa viveva in una situazione di negligenza e di trascuratezza da parte delle sue figure genitoriali.
La storia di Denis è la storia di un bambino, ma non è distante dal mondo adolescenziale e adulto. Queste situazioni si verificano se non allo stesso modo, in modo parecchio simile. Certi comportamenti sono comunicazioni con il solo scopo di essere notati perchè magari in un luogo come a casa, non lo si è.
Perchè l’aggressività? Perchè è uno di quei comportamenti che infastidisce, che dà all’occhio, è un comportamento disturbante che cattura l’attenzione e che è difficile da non notare.
Spesso gli studenti comportandosi in modo aggressivo comunicano il loro bisogno di essere notati, riconosciuti, visti, accolti. ascoltati e non giudicati. Lo fanno a scuola, perchè a casa potrebbe essere che siano invisibili agli occhi dei componenti della loro famiglia. Non per questo devono essere espulsi, perchè l’espulsione porta al peggioramento di questa situazione. Neanche a scuola è stata colta la comunicazione dietro l’aggressività, e allora lo studente potrebbe cercare un altro luogo dove comportarsi in quel modo.

conclusione

Per concludere,
è fondamentale comprendere che dietro a un comportamento, anche aggressivo, c’è sempre una comunicazione, un bisogno non espresso o un disagio che merita attenzione. Piuttosto che etichettare una persona, è più utile concentrarsi sul comportamento e cercare di capirne le radici, senza dimenticare che ogni individuo è molto più della somma delle sue azioni. A scuola, come nella vita, dobbiamo impegnarci a costruire relazioni basate sulla comprensione e sull’ascolto, piuttosto che sulla punizione o sul giudizio. Solo così possiamo aiutare gli altri a esprimersi, a migliorare e a sentirsi accettati, riducendo il rischio che i comportamenti problematici diventino un modo per cercare di ottenere l’attenzione che spesso manca. La scuola, in particolare, dovrebbe essere un luogo di crescita e di accoglienza, dove ogni studente, indipendentemente dai suoi comportamenti, possa trovare la possibilità di essere visto, ascoltato e valorizzato per la persona che è e potrebbe diventare.

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