il peso degli stereotipi sulla società moderna
“Parlano di me fin da quando ero nel pancione. Preferiscono chiedersi ‘Cosa nascerà?’ invece di chiedersi ‘Chi nascerà?’. Per loro è importante capirlo subito, altrimenti non sanno nemmeno che colore scegliere per i vestiti. Hanno bisogno di sapere se sarò maschio o femmina, non possono vivere nell’incertezza; hanno bisogno di forme precise. A partire dai miei attributi sessuali, mi assegneranno poi una serie di caratteristiche: competenze, capacità, sentimenti e inclinazioni.”
Per Pierre Bourdieu, gli individui utilizzano etichette per esistere socialmente, cioè per possedere delle apparenze che consentono loro di essere riconosciuti in base a specifiche proprietà distintive. La distinzione mal tollera le ambivalenze di significato. Esistono solo uomini e donne, maschi e femmine, bianchi e neri. In realtà, sappiamo bene che esiste anche il grigio (oltre agli altri colori), ma per loro il grigio è ‘diverso’, e ciò che è diverso non può essere accettato. Al contrario, Margaret Mead sostiene che i sessi siano almeno tre: maschi, femmine e altro.
La nostra società ha però bisogno di ordine fin da subito, e ciò che cerchiamo di fare è aderire perfettamente al nostro ruolo: ‘Sono un maschio, quindi devo comportarmi da maschio’. Recitiamo una parte sulla ribalta goffmaniana, dove veniamo giudicati in base a ciò che gli altri si aspettano di vedere: i maschi devono comportarsi come maschi, le femmine come femmine.
Per Erving Goffman, la “ribalta” è il contesto pubblico in cui le persone si comportano come se fossero su un palcoscenico, cercando di mostrarsi al meglio davanti agli altri. È quando siamo osservati e dobbiamo seguire certe aspettative sociali, come al lavoro o a una festa.
Come dice Oscar Wilde: “Non c’è una seconda occasione per fare una buona prima impressione.” Quando ci vedono, si aspettano subito che aderiamo alle aspettative che hanno attribuito al nostro ruolo. Se ci discostiamo da questi attributi, la nostra identità non regge più. Se sono un maschio e ho una voce più femminile, e nella ribalta non riesco a controllarla, divento qualcosa di inaccettato, incompreso. Non sono più un maschio, divento qualcos’altro, un’anomalia.
Per fortuna, Goffman parla anche di un “retroscena”, uno spazio dove possiamo rilassarci e prendere le distanze dalle aspettative, dove possiamo integrare le nostre diverse parti. Ognuno di noi porta dentro di sé aspetti sia femminili che maschili, e non c’è nulla di male in questo.
Tuttavia, spesso risulta difficile aderire perfettamente a questa forma. E quando si perde il controllo, loro continuano a parlare di me.
“Sentono la mia voce e mi chiedono: ‘Perché hai questa voce?’. Non posso avere i capelli lunghi, me l’hanno già detto: ‘Cosa vuoi essere, una femminuccia?’. Un giorno hanno visto come scrivo, ordinato e comprensibile, e anche allora hanno parlato di me: ‘Perché scrivi bene? Sei sicuro che non ti piacciano i maschi? Scrivi da femmina’.”
Si avverte il peso di uno schema rigido, un conflitto tra ciò che siamo e ciò che dovremmo essere. Le differenze assumono significati specifici, che nella maggior parte dei casi sono negativi, trasformandosi in disuguaglianze. Durante le conversazioni, si utilizzano spesso termini che non rispecchiano il loro significato originale, ma sono usati per sminuire e umiliare, per discreditare chi non si adatta allo schema. Così facendo, si continua a perpetuare la disuguaglianza.
Ogni volta che parlano di me in questi termini dispregiativi, il mio umore e la mia autostima calano. Cerco su internet: “Come posso essere più maschio, più mascolino?” Tutto perché c’è questa necessità di rientrare in uno schema accettato e previsto dalla società.
Spesso, negli ambiti delle discriminazioni di genere, vengono usati appellativi negativi per sminuire, mortificare e far sentire inferiori coloro che sono bersaglio di questi giudizi. Le intenzioni di chi usa certi termini sono spesso offensive e possono avere gravi conseguenze. Non vanno dimenticati i casi di suicidio legati all’uso scorretto di questi termini, che hanno fatto sentire le vittime come degli errori: “Non rientro nello schema in cui dovrei stare, non sono normale e non c’è cura per la mia anormalità”. Questo porta le persone a sentirsi in colpa per ciò che sono.
Le differenze vengono considerate escludenti, allontanando i soggetti e negando la possibilità di trovare un terreno comune di comprensione reciproca. C’è la convinzione che non si possa stare fuori dallo schema. Ma io non sono abituato a questo. Riesco ancora a vedere il serpente che ha inghiottito un elefante.
In Un ponte per Terabithia, il protagonista Jess Aarons, che vive in una situazione di svantaggio sociale, si ritrova a colorare con un pennarello nero le parti rosa delle scarpe di sua sorella per poterle usare a scuola senza essere preso in giro dai compagni. È nell’incontro con l’altro che l’aspetto di una persona diventa ciò su cui si basa la sua “identità sociale”, per capire se fa parte del “Noi” o del “Loro”. Come dice Wilde: che problema ci sarebbe se a lui piacesse il rosa? Siamo vittime e creatori di stereotipi che influenzano le nostre azioni quotidiane, limitando ciò che possiamo desiderare e fare, solo perché qualcosa non rientra nell’ordine stabilito.
Bourdieu sostiene che quando costruiamo un ordine sociale, creiamo una gerarchia e incide il riferimento simbolico che abbiamo: i lavori per maschi e per femmine, gli sport per maschi e per femmine. Questo può spiegare il celebre dilemma del chirurgo, nato per evidenziare la forza degli stereotipi:
“Un padre e suo figlio vengono coinvolti in un incidente automobilistico. L’uomo muore sul colpo. Il ragazzo, ferito gravemente, viene portato in ospedale. In sala operatoria, appena il chirurgo vede il paziente, afferma: ‘Non posso operare, questo è mio figlio'”.
Non riusciamo a risolvere questo indovinello, così come quello dei 9 punti da collegare con 4 linee rette, perché siamo abituati a rimanere dentro schemi sociali rigidi e non consideriamo una pluralità di forme. Questo è ciò che succede a Jess Aarons, il protagonista di Un ponte per Terabithia, che inizialmente non riesce a vedere Terabithia come invece fa facilmente Leslie, la nuova ragazza della scuola. Jess, dotato di talento artistico e amore per la natura, è un solitario e viene preso di mira dai bulli. Non capisce subito come giocare a “questo gioco” che Leslie gli propone, mentre lei gli fa capire che “non è un gioco, è tutto vero”.
Leslie ha un modo unico di vedere e vivere Terabithia, e così come ognuno di noi ha dei “codici spaziali” per interpretare e vivere lo spazio, il mondo si manifesta in modi diversi a seconda degli individui. Come dice Melucci, “L’incontro è la possibilità di accostare due regioni di significato, due campi di energia a frequenze diverse e di farli vibrare insieme”. Bisogna rinunciare a considerare la nostra posizione come assoluta e privilegiata per diritto naturale, e aprirci all’Altro, dialogando con lui.
Come suggerisce Sclavi, “se vuoi comprendere ciò che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose dalla sua prospettiva”. L’exotopia si basa sulla possibilità di chiedere all’Altro di raccontare la propria esperienza, di chiedere ed ascoltare per comprendere, senza giudicare o escludere. “Aiutami a vedere”. Questo approccio ci permette di riconoscere l’Altro, con le sue differenze, senza fare distinzioni basate su ciò che consideriamo “normale”.
Nel film Un ponte per Terabithia, Leslie e Jess creano il loro regno fantastico, lontano dalle etichette e dalle aspettative che la società ha su di loro. È in questo rifugio che possono essere sé stessi, lontani dallo schema rigido che li vuole conformati. La “serendipità” entra in gioco quando, cercando un luogo di rifugio, si trovano in un posto che diventa loro, dove possono sfuggire al peso delle disuguaglianze.
Con il titolo Parlano di me, ma io vivo a Terabithia, faccio riferimento a tutte quelle distinzioni sociali e alle frasi che molte persone, me compreso, si sentono dire. Parlo degli strumenti di categorizzazione che la società usa per distinguere chi è ‘normale’ da chi non lo è, e di come questi stereotipi limitino la nostra libertà di essere ciò che siamo davvero. Che sia la voce, i capelli, o le passioni, la differenza non è mai un difetto. È ciò che ci rende unici. Terabithia, o qualsiasi altro rifugio che creiamo, ci aiuta a trovare il nostro spazio, dove possiamo essere ciò che vogliamo essere senza doverci adattare a uno schema predefinito.

